terça-feira, 17 de abril de 2012

Santa Luisa de Marillac



Suor Juliane Vasconcelos Almeida Campos, EP
"Nel giorno di San Sebastiano, essendo io nei Martiri, mi sono sentita sollecitata dal desiderio di darmi a Dio per fare in tutta la mia vita la sua santissima volontà", dichiarò Santa Luisa de Marillac.
Questa madre di una miriade di figlie spirituali lasciò loro l'eredità della docilità incondizionata alla volontà del Padre, per seguire i passi di Cristo dedicando tutta la sua esistenza a percorrere città e villaggi per fare il bene ai corpi e alle anime dei più bisognosi: "Le persone della Carità hanno la felicità di avere questa relazione con Nostro Signore, di stare come Lui, ora in un luogo, ora in un altro per assistere il prossimo".
Per opera della grazia, si formò tra Santa Luisa e San
Vincenzo de' Paoli un indissolubile
intreccio di anime.
Così questa santa è stata cofondatrice, con San Vincenzo de' Paoli, dell'Istituto delle Figlie della Carità, il quale dal XVII secolo agisce come un braccio caritatevole della Chiesa, soccorrendo poveri, infermi e bambini, ed è entrata nel XXI secolo con più di 24.500 suore, operanti in circa 90 Paesi.
Ben presto ha conosciuto la volontà di Dio
Luisa nacque a Parigi, in seno a una buona casata francese, il 12 agosto 1591. La sua famiglia di nobile lignaggio era profondamente cristiana. Il nome Marillac è legato, in Francia, a prelati, abati, sacerdoti, badesse e religiose.
Aveva pochi giorni di vita quando morì sua madre. All'età di 15 anni, morì anche il padre, Luigi de Marillac, signore de Ferrière e de Villiers. Cominciarono allora per la giovane una serie di prove e sofferenze con le quali la Provvidenza volle unirla a Sé: "Molto presto Dio mi ha fatto conoscere la sua volontà, che io andassi a Lui con la croce. Fin dalla mia nascita e in tutto il tempo, quasi mai mi ha lasciato senza l'occasione di soffrire".
Nonostante ciò, ricevette una raffinata educazione: apprese letteratura, filosofia e latino. Dotata di notevole senso artistico, le piaceva dipingere immagini e quadri. È degno di nota un quadro che dipinse, già adulta, e che oggi è conservato come reliquia nella casa-madre delle Figlie della Carità: "Nostro Signore Gesù Cristo in piedi, di misura quasi naturale, con il cuore raggiante sul petto, mentre tende le sue mani trafitte, [...] e con un'espressione di bontà". Causa stupore sapere che il Divino Modello apparve esattamente così a Santa Margherita Maria Alacoque, circa 50 anni dopo!...
È la rappresentazione di Colui che lei adorava nel cuore e verso cui convergevano tutte le operazioni della sua anima: "Avendo letto il Vangelo del buon seminatore, e non riconoscendo in me nessuna buona terra, ho desiderato seminare nel Cuore di Gesù tutte le produzioni della mia anima e le azioni del mio corpo, affinché, avendo l'accrescimento dei suoi meriti, io non operi più se non per Lui e in Lui".
La perdita del padre le ha mostrato la fragilità delle cose mondane. Accolta dallo zio Michele de Marillac, Consigliere del Parlamento Reale, cattolico fervente e benemerito di varie congregazioni religiose, volle entrare in un convento di monache cappuccine. Intanto, a causa della costituzione fragile e della sua salute delicata, fu dissuasa da questo intento dal confessore, Fra Onorato de Champagny, il quale già discerneva in lei altri cammini: "Figlia mia, credo che siano altri i disegni di Dio".
Una grazia mistica le pronostica il futuro
Negatale la vita religiosa, nel 1613 si sposò con Antonio Le Gras, segretario della regina Maria de' Medici, uomo pio e di condotta irreprensibile. Da questa unione le nacque un figlio: Michele, oggetto del suo amore affettuoso.
Luisa viveva nella corte come moglie e madre esemplare, donna prudente, umile, ferma e piena di abnegazione. Non abbandonò mai la Comunione frequente, poco comune in quei tempi influenzati dal giansenismo. Uno dei suoi direttori fu Mons. Francesco di Sales, amico intimo dello zio Michele. Dopo la scomparsa del santo Vescovo di Ginevra, ricevette il saggio orientamento del Vescovo di Belley, Mons. Giovanni Pietro Le Camus.
L'anno 1623 le portò grandi difficoltà. Da un lato, sentiva la sua anima inondata dall'intenso desiderio di dedicarsi maggiormente al servizio di Dio e del prossimo; d'altro lato, tuttavia, tale anelito le sembrava incompatibile con i suoi obblighi di sposa e madre. Sommandosi a questa perplessità, altre inquietudini le assediavano lo spirito: temeva di essere fin troppo attaccata al suo direttore spirituale e la assalivano perfino dubbi di fede.
La festa di Pentecoste venne a restituirle la pace dell'anima e a svelarle, finalmente, il suo futuro e la sua vocazione. Ecco come lei stessa narra la grazia ricevuta mentre assisteva alla Messa nella Chiesa di Saint Nicolas des Champs: "In un istante, una voce interiore mi comunicò [...] che presto sarebbe arrivato un tempo nel quale mi sarei trovata nelle condizioni di fare un voto di povertà, castità e obbedienza, in compagnia di persone che lo avrebbero fatto pure loro. Ho compreso che mi sarei trovata in un luogo dove avrei potuto soccorrere il prossimo; ma non capivo come questo si sarebbe potuto realizzare, perché vedevo lì persone che entravano e uscivano. Quanto al direttore, che io restassi tranquilla, poiché Dio me ne avrebbe dato uno". Sentì in quel momento la certezza che chi le mostrava tutto ciò era Dio stesso, pertanto, non c'era motivo alcuno per dubitare.
Era la previsione dell'Istituto di vita attiva che lei avrebbe fondato, formato da "persone che entravano e uscivano", importante novità per l'epoca, come vedremo più avanti.
L'incontro con San Vincenzo de' Paoli
Per disegno della Provvidenza, il Vescovo Le Camus non poté andare a Parigi l'inverno seguente e indirizzò la sua protetta a un amico sacerdote: San Vincenzo de'Paoli.
Questi aveva fondato la Congregazione della Missione, di sacerdoti dediti all'evangelizzazione della povera e bisognosa gente della campagna. A Don Vincenzo non piaceva dirigere le signore della nobiltà, ma faceva alcune eccezioni. Così - su richiesta di un altro grande amico, San Francesco di Sales, fondatore dell'Ordine della Visitazione -, aveva accettato l'incarico di orientare le Visitandine di Parigi, governate da Santa Giovanna di Chantal. Il santo Vescovo dichiarò che gli aveva affidato la direzione delle sue figlie spirituali perché non conosceva un sacerdote più degno di lui.
A partire dal primo incontro, non si può parlare di Santa Luisa de Marillac senza riferirsi a San Vincenzo de' Paoli.
Dopo molte sofferenze, il signor Le Gras morì cristianamente tra le braccia della sua sposa, il 21 dicembre 1625. La giovane signora, vedova a 34 anni, poteva ora consacrarsi interamente al servizio di Dio e del prossimo. Abbandonò la vita di società e si mise nelle sagge mani di San Vincenzo.
Nei primi quattro anni trascorsi sotto l'orientamento del santo direttore, egli cercò di addestrare la sua tempra secondo un triplice principio: "Amare Dio con la forza delle nostre braccia e il sudore della nostra fronte; vedere Gesù Cristo nel prossimo, amando e servendo Nostro Signore in ognuno, e ognuno in Nostro Signore; non anticipare la Divina Provvidenza, aspettando con calma la sua voce di comando".
Affetti disinteressati di attaccamento umano
Per opera della grazia, si formò tra lei e San Vincenzo de' Paoli un intreccio di anime indissolubile. Sempre affabili e vigili, i due scambiavano visite e lettere, fino a tarda età, lasciando come eredità alla Storia un profumo di vera amicizia fondata sull'amore di Dio. La corrispondenza tra i due mostra il mutuo affetto e rispetto con cui si trattavano. Lei, umile e con venerazione filiale; lui, semplice, affettuoso, soprattutto religioso e grave, lasciando intravvedere ad ogni passo "la sua anima di sacerdote, il suo cuore di padre,
e il suo zelo di santo".
Una delle preoccupazioni di Luisa era il figlio. Il suo affetto eccedeva i limiti dell'amore materno e lasciava trasparire un certo attaccamento umano. Il giovane Michele, dopo la morte del padre, era rimasto privo anche della compagnia materna e non si adattò interamente alla vita nel seminario in cui si trovava per compiere la propria educazione. Oltre a questo, alcuni problemi nella politica francese compromisero la famiglia Marillac, per la sua influenza e presenza a corte. Tali circostanze influenzarono il comportamento del ragazzo, provocando non poca apprensione alla madre.
Con mano ferma e paterna, San Vincenzo de' Paoli venne in soccorso di entrambi. Ammoniva la madre per gli eccessi d'amore, e questa accettava con totale docilità gli ammonimenti. "Oh, che gioia esser figli di Dio! Infatti questo Signore ama i suoi con un affetto ancor maggiore di quello che lei prodiga a suo figlio, nonostante questo amore sia così grande che non ne ho visto uno uguale in nessun'altra madre". In relazione al figlio, seppe comprenderlo e lo accolse nella sua stessa comunità. E poiché egli non aveva una vocazione sacerdotale, lo sostenne fino a che si stabilì nella via del matrimonio.
Sorge una nuova concezione di vita religiosa
Procedendo nel suo apostolato presso i contadini, San Vincenzo fondava, nelle località dove predicava missioni, una piccola associazione intitolata "Carità", portata avanti da signore abbienti della regione. Note come le "dame della Carità", esse si mettevano a disposizione per prestare assistenza costante ai bisognosi, soprattutto agli infermi. Tuttavia, senza un collegamento diretto con il loro fondatore, tali associazioni si vedevano subito assillate da non poche difficoltà: avvenivano abusi, dispute per l'autorità, distrazioni di fondi e aiuti, risse personali, ecc. Mancava uno che, con i modi giusti e con fermezza, potesse visitare ognuna di queste "Carità", per mantenere l'ordine e l'armonia.
Era la luce della Provvidenza che apriva la via alla vocazione di Luisa. Lei fu la visitatrice di San Vincenzo. Col tocco femminile della donna forte della Scrittura (cfr. Pr 31, 10- 31), ordinava e dava corpo ai frutti apostolici degli instancabili sacerdoti della Missione.
Inoltre, un'altra necessità più pressante si faceva sentire: le "dame della Carità" non si occupavano dei lavori più penosi, come la cura diretta e personale degli infermi. Era urgente disporre di persone devote e disposte a qualsiasi umiliazione, ad essere le "serve della Carità". San Vincenzo incontrò tale disposizione in molte giovani che aveva conosciuto nelle sue peregrinazioni, e le indirizzò a Santa Luisa, affinché fossero formate secondo il suo spirito. Le giovani di questa piccola comunità nascente cominciarono subito ad esser chiamate "suore della Carità".
Sorgeva così una nuova congregazione, la Compagnia delle Figlie della Carità. L'istinto materno di queste giovani religiose si sarebbe rivolto verso gli infermi e bisognosi, per amore di Dio. Sarebbero state vergini e madri dei poveri e bisognosi, inizialmente nelle campagne, ma successivamente anche nelle città, inclusa Parigi. Assistevano negli ospedali, cercavano i malati nelle loro case, raccoglievano negli orfanatrofi bambini abbandonati. Ben presto vennero sollecitate ad esercitare le loro benemerite attività in situazioni di rischio, come luoghi devastati da cruenti combattimenti, dove soccorrevano i feriti e moribondi.
Disposte a tutti i sacrifici, esse avevano coscienza di non essere religiose secondo i modelli del tempo, ossia, non appartenevano a un Istituto di monache di clausura. San Vincenzo aveva messo loro bene in chiaro questo punto: "Voi non siete religiose". Tuttavia, si impegnò nel confermarle nella sua singolare vocazione: "Io vi assicuro che non conosco religiose più utili alla Chiesa delle Suore della Carità, in virtù del servizio che prestate al prossimo".
Un messaggio di San Vincenzo fu l'ultimo contatto
tra i due: "Lei vada avanti, presto
la rivedrò in Cielo"
Resti mortali di Santa Luisa de Marillac
– Cappella della Madonna della
Medaglia Miracolosa, ParigiEsse in ogni caso non potevano trascurare la contemplazione, nel senso di una vita di devozione vigorosa, fondamento del loro apostolato: far tutto per amore di Dio, vedendo Nostro Signore in ogni povero e malato, entro l'obbedienza a una regola ben definita. La nuova Istituzione univa a questo spirito la vita attiva, profonda innovazione per quel tempo: "Le Figlie della Carità avranno per convento un ospedale, per cella una stanza in affitto, per chiostro le vie della città o le sale delle case di cura, per termine l'obbedienza, per freno il timor di Dio, per velo la santa modestia".
Obbedienza incondizionata al fondatore
È impossibile, in così poche righe, narrare l'immenso bene fatto da questi due santi. Lotte, difficoltà e prove non mancarono, materiali e spirituali, ma erano affrontate con coraggio e lucidità, nella certezza del compimento della volontà del Padre.
Fedele a ogni prova, Santa Luisa de Marillac conduceva il nuovo Istituto nell'obbedienza incondizionata al suo fondatore. Data l'unione tra le loro anime, sapeva che la volontà di Dio stava nella volontà di lui. Egli, a sua volta, con intenso discernimento, sapeva distinguere le giovani che avevano una vera vocazione e aiutava la santa nella formazione delle numerose figlie, il cui numero non faceva che aumentare. Insieme elaborarono le regole e diedero forma canonica alla Congregazione, che fu approvata dall'Arcivescovo di Parigi nel 1655, dopo 30 anni di arduo apostolato.
Mosso dal suo zelo paterno, e andando incontro ai desideri di Santa Luisa, San Vincenzo si impegnava a consolidare l'opera appena nata. Faceva questo, soprattutto, attraverso una serie di conferenze piene di fuoco ed entusiasmo, nelle quali egli incentivava le sue figlie spirituali sulle vie della santità, in accordo con il carisma della fondazione: "Umiliatevi molto, mie care Sorelle, e lavorate per diventare perfette e farvi sante" 14 - insisteva.
Luisa fu una delle prime ad annotare e conservare gelosamente le parole del suo padre e fondatore. Tra annotazioni di conferenze e lettere, finì per costituire tre volumi, per un totale di 1500 pagine. Questa collezione manoscritta, intitolata Massime e Ammonimenti, è, ancor oggi, conservata negli archivi della Compagnia. Tutto questo tesoro compone il "più autentico e puro deposito della dottrina e dello spirito"15 che deve animare le Figlie della Carità di tutti i tempi.
"Vada avanti, presto la rivedrò in Cielo"
Santa Luisa de Marillac preservò intatta la sua innocenza battesimale. La testimonianza di San Vincenzo a questo riguardo è incontestabile: "Cosa ho veduto in lei da 38 anni che la conosco? Mi sono venute in mente alcune piccole briciole di imperfezione, ma un peccato grave mai! Mai!".16 A quest'anima innocente Cristo Gesù ha chiesto la sofferenza estrema: privarsi della comunione con il venerato fondatore. Rimase seriamente inferma e ormai non poteva più fargli visita; questi, a sua volta, ormai ottantacinquenne, non si alzava neppure dal letto né scriveva. Un maggior sacrificio era impossibile chiederle. Un messaggio di lui fu l'ultimo contatto tra i due: "Lei vada avanti, presto la rivedrò in Cielo".
Dopo aver ricevuto tutti i Sacramenti, rese la sua anima a Dio il 15 marzo 1660, a 68 anni. Di fatto, sei mesi dopo, San Vincenzo andò ad incontrarla nell'eternità.
Il suo corpo si trova sepolto nella cappella della casa-madre della Congregazione, in Rue du Bac, a Parigi, dove la Madonna, sigillando quest'opera così amata dal suo Divino Figlio, apparve nel 1830 ad una delle sue figlie, Santa Caterina Labourè, per poi versare da qui torrenti di grazie sul mondo intero, per mezzo della Medaglia Miracolosa.

(Rivista Araldi del Vangelo, Marzo/207, n. 106, p. 32 - 35)

terça-feira, 27 de março de 2012

Dolore e speranza


Speranza è la parola chiave della visita di Benedetto XVI in Messico, una visita rivolta intenzionalmente a tutta l'America latina e ai Caraibi, seconda meta - con l'attesissima tappa cubana - di questo lungo itinerario papale. Sullo sfondo del bicentenario dell'indipendenza, nelle parole del Pontefice è così più volte risuonato il richiamo a quella missione continentale avviata ad Aparecida dall'ultima conferenza generale dell'episcopato latinoamericano. 
Per uno scopo, che s'intreccerà con il prossimo anno della fede: radicare in un'immensa area del mondo, in prevalenza cattolica, la necessità di annunciare di nuovo il Vangelo per superare la tentazione, insidiosa e sempre presente nella comunità cristiana, di una fede superficiale e abitudinaria.
Nell'omelia e nelle parole prima dell'Angelus pronunciate sotto lo sguardo della statua di Cristo Re eretta sul monte Cubilete, centro non solo geografico del Messico, Benedetto XVI ha parlato di speranza, inserita dentro i problemi del Paese e di molte parti del continente: facendo eco all'incisivo saluto dell'arcivescovo di León - monsignor José Guadalupe Martín Rábago ha tra l'altro descritto un cambiamento culturale e morale devastante - il Papa ha così denunciato le divisioni subite da molte famiglie forzate a emigrare e le sofferenze di molte altre a causa di povertà, corruzione, violenza, narcotraffico e criminalità.
In questo tempo segnato dal dolore e dalla speranza, Benedetto XVI ha commentato il brano evangelico - ascoltato, durante una messa esemplare, da mezzo milione di fedeli che riempivano l'immenso parco del bicentenario - nel quale Giovanni riferisce la richiesta dei greci di vedere Gesù e la sua risposta, che dichiara la sua glorificazione sulla croce. 
È lo stesso messaggio espresso dalla regalità di Cristo, come indicano la corona regale e quella di spine della statua del Cubilete, che Giovanni Paolo II non poté mai visitare nei suoi cinque viaggi in Messico: il regno dell'unico Signore non si fonda infatti sulla forza, ma sull'amore di Dio, che conquista i cuori ed esige il rispetto, la difesa e la promozione della vita umana, la crescita della fraternità e il superamento della vendetta e dell'odio.
E la speranza è fondata sulla venuta di Cristo, rifiutato e messo a morte ma che proprio attraverso la sua passione ha realizzato la salvezza. 

Il male non può impedire la volontà divina di salvare l'uomo né avrà l'ultima parola nella storia, ha ribadito Benedetto XVI nell'omelia durante la preghiera dei vespri insieme ai rappresentanti degli episcopati del continente e a loro, in continuità con i suoi predecessori, ha confermato la vicinanza del successore dell'apostolo Pietro.
Con la visita in Messico il Papa ha saputo toccare il cuore dei messicani, mostrando con semplicità il suo affetto alle moltissime persone che hanno aspettato ore per vederlo anche solo un momento e soffermandosi soprattutto con i più deboli e i più piccoli: dai familiari delle vittime della violenza ai malati e ai bambini. A questi "piccoli amici" ha voluto dedicare un incontro, durante il quale ha ripetuto l'essenza del Vangelo: Dio vuole che siamo felici, e se lasciamo che cambi i nostri cuori allora davvero potremo cambiare il mondo.
(©L'Osservatore Romano 26-27 marzo 2012)



Segno di Dio per il nostro tempo

Videomessaggio del Papa ai cattolici di Francia per il cinquantesimo anniversario dell'apertura del concilio Vaticano II


Nel cinquantesimo anniversario dell'apertura del concilio Vaticano II, la Conferenza episcopale francese ha promosso a Lourdes un incontro sul tema "Joie et espérance". 50 ans après le Concile Vatican II". Con i presuli del Paese, hanno preso parte ai lavori, svoltisi il 24 e il 25 marzo, oltre 2.500 tra laici, religiosi e sacerdoti di tutte le diocesi della Francia. Pubblichiamo di seguito una nostra traduzione del videomessaggio di Benedetto XVI, proiettato in apertura dell'incontro.




Cari fratelli e sorelle di Francia,


È una grande gioia per me poter rivolgere il mio cordiale saluto a voi che siete venuti numerosi a Lourdes, in risposta all'appello dei vostri Vescovi, per celebrare il cinquantesimo anniversario dell'apertura del concilio Vaticano II. Mi unisco a voi con la preghiera e con il cuore nel cammino di fede che realizzate presso la grotta di Massabielle. Il concilio Vaticano II è stato ed è un autentico segno di Dio per il nostro tempo. Se sapremo leggerlo e accoglierlo all'interno della Tradizione della Chiesa e sotto la guida sicura del Magistero, diverrà sempre più una grande forza per il futuro della Chiesa. Auspico anche vivamente che questo anniversario sia per voi e per tutta la Chiesa che è in Francia l'occasione per un rinnovamento spirituale e pastorale. In effetti, ci viene così data l'opportunità di conoscere meglio i testi che i Padri Conciliari ci hanno lasciato in eredità e che nulla hanno perso del loro valore, al fine di assimilarli e di far recare loro frutti per il presente. 

Questo rinnovamento, che si situa nella continuità, assume molteplici forme e l'anno della Fede, che ho voluto proporre a tutta la Chiesa in quest'occasione, deve permettere di rendere la nostra fede più consapevole e di ravvivare la nostra adesione al Vangelo. Ciò richiede un'apertura sempre più grande alla persona di Cristo, ritrovando in particolare il gusto della Parola di Dio, per realizzare una conversione profonda del nostro cuore e percorrere le vie del mondo proclamando il Vangelo della speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo, in un dialogo rispettoso verso tutti. Che questo tempo di grazia permetta altresì di consolidare la comunione all'interno di quella grande famiglia che è la Chiesa cattolica e contribuisca a restaurare l'unità tra tutti i cristiani, che è stato uno degli obiettivi principali del Concilio.
Il rinnovamento della Chiesa passa anche per la testimonianza offerta dalla vita dei cristiani stessi, affinché risplenda la Parola di verità che il Signore ci ha lasciato.
Cari amici, frequentando i testimoni della fede, come santa Bernadette, l'umile veggente di Lourdes, Pauline Jaricot che ha suscitato nella Chiesa un nuovo slancio missionario, e tanti altri, germogliati nella terra di Francia, crescerete nella conoscenza di Cristo. Attraverso il servizio a Dio e ai loro fratelli, questi uomini e queste donne ci mostrano quanto la fede sia un atto personale e comunitario, che implica anche una testimonianza e un impegno pubblici che non possiamo trascurare! Santa Giovanna d'Arco, della cui nascita quest'anno celebriamo il sesto centenario, ne è un esempio luminoso, lei che ha voluto portare il Vangelo al centro delle realtà più drammatiche della storia e della Chiesa del suo tempo.
Riscoprire la gioia di credere e l'entusiasmo di comunicare la forza e la bellezza della fede è una sfida fondamentale della nuova evangelizzazione alla quale è chiamata tutta la Chiesa. 
Mettetevi in cammino senza paura, per portare gli uomini e le donne del vostro Paese verso l'amicizia con Cristo!
Cari fratelli e sorelle, che la Vergine Immacolata, Nostra Signora di Lourdes, la quale ha avuto un ruolo così importante nel mistero della Salvezza, sia anche per voi una luce lungo il cammino che conduce verso Cristo, e che vi aiuti a crescere nella fede! A voi tutti, Vescovi e fedeli, pellegrini di Lourdes, e a voi fratelli e sorelle di Francia che siete uniti a noi attraverso la radio o la televisione, rivolgo di tutto cuore un'affettuosa Benedizione Apostolica!
(©L'Osservatore Romano 26-27 marzo 2012)


sexta-feira, 23 de março de 2012

Viaggio del Papa in Messico e Cuba



  • LA PARTENZA DA ROMA



  • Ha inizio questa mattina il 23° Viaggio Apostolico internazionale del Santo Padre Benedetto XVI, che lo porta in Messico in occasione del 200° anniversario dell’Indipendenza del Messico e di molti Paesi Latinoamericani (23-26 marzo) e nella Repubblica di Cuba per il 400° anniversario del rinvenimento della statuetta della Virgen de la Caridad del Cobre (26-28 marzo).
    L’aereo con a bordo il Santo Padre - un B777 dell’Alitalia - è partito dall’aeroporto internazionale "Leonardo da Vinci" di Roma Fiumicino alle ore 9.30.L’arrivo all’aeroporto internazionale Guanajuato a León (Messico), dopo circa 14 ore di volo, è previsto per le 16.30 locali (le 23.30, ora di Roma).


  • TELEGRAMMA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

  • Nel momento di lasciare il territorio italiano, il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto pervenire al Presidente della Repubblica, On. Giorgio Napolitano il seguente messaggio telegrafico:





    A SUA ECCELLENZA
    ON. GIORGIO NAPOLITANOPRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
    PALAZZO DEL QUIRINALE00187 ROMA
    NEL MOMENTO IN CUI LASCIO ROMA PER RECARMI IN MESSICO E CUBA PER SOSTENERE LA MISSIONE DELLA CHIESA LOCALE E PORTARE UN MESSAGGIO DI SPERANZA, MI È CARO RIVOLGERE A LEI, SIGNOR PRESIDENTE, IL MIO DEFERENTE SALUTO, CHE ACCOMPAGNO CON FERVIDI AUSPICI PER IL BENESSERE SPIRITUALE, CIVILE E SOCIALE DEL POPOLO ITALIANO, CUI INVIO VOLENTIERI LA BENEDIZIONE APOSTOLICA.
    BENEDICTUS PP. XVI

    terça-feira, 13 de março de 2012

    Dio e il freddo


    Traduzione Alexandre de Hollanda Cavalcanti
    Uno fatto molto interessante à successo in Germania, durante una conferenza com gli accademici. Ha avuto studenti provenienti da varie parti del paese e, nel mezzo della conferenza, un professore de l'Università de Berlino ha contestato a gli studenti con questa domanda:
    - Dio ha creato tutto ciò esiste?
    Uno studenti ha risposto con coraggio:
    - Sì, Lui ha creato.
    - Dio ha creato tutto? Domande de nuovo il professore.
    - Sì insegnante. - Rispose il giovane.
    L'insegnante ha continuato:
    - Si Dio ha creato tutto, poi Dio ha creato il malo? Dal momento che il male esiste, e secondo il principio che le nostre opere sono un riflesso di noi stessi, conclude che Dio è malo.
    Il giovani è diventato silenzioso di fronte a tale risposta e l'insegnante, felice, si sentiva lusingato di applicare una vittoria di dubbio sulla certezza.
    Ma... su gioia poco durò. Altro studente alzò la mano e disse:
    - Posso fare una domanda, professore?
    - Logico! Sentitevi liberi...
    Il giovani se alzò e chiesi:
    - Professore, il freddo esiste?
    - Ma... questa domanda è questa? Evidente che esiste! O per caso non avete mai avuto freddo?
    Il ragazzo ha risposto:
    • In realtà, signore, il freddo non esiste! Secondo le leggi della fisica, ciò che noi considerammo freddo è n realtà assenza di calore. Ogni corpo o oggetto è suscettibile a studio quando ha o trasmette energia. Il calore è ciò che rende questo corpo avere o trasmettere energia.
    - Lo zero assoluto è l'assenza totale e assoluta di calore, tutta la materia diventa inerte ed incapace di reagire. Ma il freddo no esiste.
    Abbiamo designare freddo, a l'assenza di calore.
    Il professor fece un respiro profondo, ma prima che potesse replicare lo studente ha chiesto:
    - E... l'oscurità esiste, professore?
    - Stai scherzando? Certo che c'è! Appena fuori la luce!
    Il studente ha continuato:
    - Mi dispiace dirtelo, professore, ma ancora una volta il signor sbagliato. L'oscurità non esiste. In realtà è l'assenza di luce.
    La luce può essere studiata, no l'oscurità.
    Un semplice raggio di luce attraverso le tenebre e illumina la superficie dove termina il fascio.
    Come si può misurare la quantità di l'oscurità in un spazio determinato? Sulle base della quantità di luce presente in questo spazio, esso no è?
    L'oscurità è un termine usato dall'uomo per descrivere ciò che accade quando non c'è luce presente.
    L'insegnante non poteva più stare a guardare e, prima di lasciare la sua insicurezza, il giovane chiese:
    - Professore... un'altra domanda: esiste il male?
    - Certo che si! Questo è esattamente dove voglio arrivare. Certo che c'è! È palpabile!
    Basta aprire gli occhi e ciò che vediamo? Omicidi, stupri, crimini e violenze in tutto il mondo, queste cose sono il male.
    E lo studente ha risposto:
    - Il male, professore, no esiste di per sé. Il male è semplicemente l'assenza del bene, è la stessa dei casi precedenti, il male è una parola che l'uomo ha creato per descrivere l'assenza di Dio...
    Dio no ha creato il male. Lui ha creato la fede e l'amore, che esistono come esistere il calore e la luce.
    Il male è il risultato di umanità non ha Dio presente nei loro cuori. E come con il freddo quanto non c'è calore o l'oscurità dove nessuna luce.
    Entro l'anno 1900, questo giovane è statuto applaudito in alto e l'insegnante si limitò a scuotere la testa rimase in silenzio.

    Il Rettore de l'Università ha preso la parola e chiesto il nome dello studente.

    Egli rispose: Albert Eisntein.






    Storia di San Gennaro




    San Gennaro, nacque povero da genitori poveri e ancora bambino, rimase orfano di madre. Il padre, passato a seconde nozze a causa della povertà mandò il figlio, sebbene in tenera età, a fare il guardiano di porci. Il ragazzo conobbe un Eremita del villaggio e cominciò a frequentarlo, recandosi da lui per essere istruito. Un giorno l’Eremita invità Gennaro a seguirlo.

    A questo punto nella vita del Santo troviamo un vuoto incolmabile, tant’è che, allontanandosi dal luogo natìo, lo ritroviamo vescovo di Benevento e quindi martire a Pozzuoli. San Gennaro sembra abbia versato il suo sangue per Cristo all'inizio del secolo IV. In una nota agiogràfica si legge infatti che Gennaro, "vescovo di Benevento, ha subìto il martirio a Napoli, insieme con i suoi compagni, durante la persecuzione di Diocleziano". Condannato "ad bestias" nell'anfiteatro di Pozzuoli, insieme con i compagni di fede, a causa del ritardo di un giudice, sarebbe stato decapitato e non dato in pasto alle belve per il gratuito e macabro divertimento dei pagani. Oltre un secolo dopo, nel 432, in occasione della traslazione delle reliquie da Pozzuoli a Napoli, una donna avrebbe consegnato al vescovo Giovanni due ampolle contenenti il sangue raggrumato di S. Gennaro.
    Quasi a garanzia dell'affermazione della donna il sangue si liquefece davanti agli occhi del vescovo e di una grande moltitudine di fedeli. L'evento singolare da allora si ripete costantemente tutti gli anni in determinati giorni, cioè il sabato precedente la prima domenica di maggio e negli otto giorni successivi; il 16 dicembre e il 19 settembre e per tutta l'ottava delle celebrazioni in suo onore. Le testimonianze di questo fenomeno cominciano dal 1329, e sono tanto numerose e concordi da non poter essere messe in dubbio. 



    Il prodigio, perché tale è anche per la scienza, merita l'affettuosa ammirazione con cui è seguito dall'intera popolazione partenopea. La sincera devozione dei napoletani per questo martire, storicamente poco identificabile, ha fatto sì che la memoria di S. Gennaro, celebrata liturgicamente già dal 1586, fosse conservata nel nuovo calendario. Poiché al fenomeno manca una spiegazione naturale, non dipendendo né dalla temperatura né dall'ambiente, possiamo comunque attribuirgli il significato simbolico di vivificante testimonianza del sangue di tutti i martiri nella vita della Chiesa, nata dal sangue della prima vittima, Cristo crocifisso.

    Preghiera a San Giuseppe

    Traduzione Alexandre de Hollanda Cavalcanti
              


              O glorioso San Giuseppe, che potenza sapere fare roba impossibile, venire in mio aiuto in questi momenti de angoscia e difficoltà. Prendere sotto la vostra protezione i situazioni così grave e difficile per me rispondere.

              Mio padre pietoso, non vuol dire che ho invocato invano. E poiché si può fare tutto davanti a Gesù e Maria, fammi vedere che la tua bontà è grande come il vostro potere e ottenere quello che per me vi prego.